Castello di Matera

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 Il conte Tramontano “voleva che detta città fosse stata dominata da detto castello, che poi meditava di far edificare le mura da tutte le parti, e mettersi dentro detto castello, ma non li bastò il tempo, mentre poi lui fu ucciso in Matera”. Così ricorda un cronista del’700 (Nelli, “Cronaca di Matera” 1751) la storia di Giancarlo Tramontano, maestro della Regia zecca alla corte di Ferdinando II e Conte di Matera dal 1 ottobre 1497. In realtà, il suo arrivo nella città dei Sassi, da sempre demaniale e quindi alle dirette dipendenze della Corona, dovette essere preceduto da non poche aspettative. Fu difatti lo stesso popolo materano a manifestare consenso alla nuova investitura. Arrivato in città, Giancarlo Tramontano tradì subito ogni promessa: richiese ben 24 mila ducati per sanare un debito con il suo creditore catalano Paolo Tolosa, e, inseguendo i fasti regali napoletani, mise al lavoro uomini e donne in regime di semischiavitù, per costruire un castello “ad modo del Castelnuovo di Napoli, anzi più superbo”, come racconta la Cronaca del il Verricelli. Sulla collina di Montagny sorse quindi un maniero costituito da due torri laterali di forma circolare, dotate di scarpatura e nel mezzo un imponente torrione cilindrico. L’ edificio, mai terminato, risponde ai criteri dell’architettura castellana tardo-medievale, sul prototipo della Rocca Pia di Tivoli, del 1461, e ai modelli costruttivi di Francesco di Giorgio Martini. A fine XV secolo, le mura, assai spesse e piuttosto basse, dovevano resistere al fuoco delle bombarde, scomparivano le alte mura merlate, mentre diminuivano le superfici delle torre, per schivare le palle in pietra o in ferro sparate dalle artiglierie nemiche. La sera del 29 dicembre 1514, all’uscita dalla Cattedrale, dopo la messa del Vespro, il conte Tramontano fu ucciso da insorti, stanchi dei continui soprusi subiti. Il vicolo dove si consumò la vendetta popolare porta oggi il nome di Via Riscatto. Quel giorno rimase impresso nella memoria collettiva, e inciso su una colonna nella Chiesa di San Giovanni Battista, mentre il motto dello stemma cittadino, “Bos lassus firmius figit pedem”, ossia “il bue stanco affonda la zampa più fermamente”, sembra chiaramente rimandare alle vicende narrate.

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